di Dante Schiavon
Da almeno sessant’anni i laghi di Revine stanno subendo un processo di antropizzazione delle loro sponde che ha il suo massimo nel sovraffollamento turistico domenicale. Quest’ultimo fenomeno, oggi chiamato “over tourism”, è anche la conseguenza della collocazione “periurbana” dei laghi se pensiamo ai borghi adiacenti e alla vicinanza dei centri abitati di Vittorio Veneto ad est e di quelli della vallata ad ovest. Questa sua caratteristica “periurbana” li fa quasi assimilare a un parco cittadino a disposizione dei residenti dei borghi di Colmaggiore, Fratta, Lago, Santa Maria e dei cittadini dei centri urbani posti a una manciata di chilometri.
Camminando accanto ai laghi nei tratti percorribili a piedi ho cercato di immaginare, davanti all’idea di nuove strutture e nuove occupazioni delle rive e delle acque, quali pensieri potrebbero attraversare la mente di un abitante dei borghi di Fratta, Colmaggiore, Lago, Santa Maria. Ho immaginato che coloro che risiedono nei borghi o che frequentano i laghi provenendo dai centri vicini non possono non andare con il pensiero alle trasformazioni, agli insediamenti e alle urbanizzazioni che, nel corso degli ultimi sessant’anni, non sempre hanno tenuto conto della caratteristica primaria di questi due piccoli specchi d’acqua, cioè quella di essere “un’area naturalistica”.
Lungo le loro sponde in diverse fasi della loro storia i laghi hanno visto sorgere: il camping Riva d’Oro, il lido di Lago, il Parco Archeologico del Livelet, il camping e ristorante Al Lago, il Parco attrezzato Va’ dee Femene, un percorso ciclopedonale che cinge quasi per intero il loro perimetro, il lido di Santa Maria, il Bar Riva d’oro e uno stabilimento balneare. Diventa quindi logico pensare che nel 2025, in piena crisi climatica e con l’acquisita consapevolezza della necessità di salvaguardare gli spazi naturali sopravvissuti alla cementificazione, non ci debba essere più spazio per progetti esterni ed estranei alla semplicità, alla lentezza, alla silenziosità della natura spacciandoli per “valorizzazione turistica”, mascherando interessi privati e generando sovraffollamento turistico (over tourism).
La fatiscenza e il degrado dell’ex-bar Riva d’Oro e del suo stabilimento balneare diventano un monito gridato agli amministratori locali: demolite, riconvertite, rigenerate quell’area già compromessa e già cementificata e bloccate sul nascere progetti che vanno nella direzione opposta rispetto agli obiettivi del Parlamento Europeo per il ripristino della natura (Restauration Law). Un invito che, quando la “ragione” è incapace di mettersi in relazione con l’ambiente perché condizionata dai soldi o dal potere, non può non essere accolto dalle persone più aperte al confronto, diventa una questione di banale “buonsenso”. Buonsenso è anche sinonimo di “equilibrio”: quello che i residenti dei borghi di Colmaggiore, Fratta, Lago, Santa Maria e dei cittadini dei centri urbani vicini devono chiedere immaginando un futuro dei laghi non inquinato da nuove artificializzazioni e compromissioni irreversibili di habitat tanto preziosi quanto dimenticati dalla politica locale.
Ho cercato di riassumere in una visione plastica, didascalica, percettiva, il tantissimo che, nel bene e nel male, è già stato fatto sui laghi in questi anni senza soffermarmi su altre considerazioni altrettanto importanti e fondamentali. Come le considerazioni “scientifico-ecologiche” che riguardano la qualità e la quantità delle acque, minacciate dalla proliferazione delle alghe, dalla mancanza di immissari con un apporto idrico costante, dalla scarsa ossigenazione, dalla presenza di pesticidi e tracce di Pfas (accertata dall Arpav): tutti fenomeni presenti e non immaginati che ci suggeriscono le “priorità d’azione” necessarie per la loro “conservazione” prima ancora della loro “pseudo valorizzazione turistica”. Come le considerazioni “giuridiche” che riguardano i vincoli stabiliti con Decreto ministeriale (del 1965 e del 1967) con la “Dichiarazione di notevole interesse pubblico della zona dei laghi” e il loro riconoscimento come area umida facente parte di Rete Natura 2000.
Insomma: le comunità gravitanti sui laghi non possono non convergere sull’urgenza di proteggerli da nuovi assalti che ne snaturano la “vocazione naturalistica”.